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Le porte della rivoluzione

Crédit: Cyrille Lips CcCrédit: Cyrille Lips Cc

Articles | Publié le 20.04.2011 Le rivoluzioni in Nord Africa hanno rafforzato i flussi migratori attraverso il Mediterraneo. La politica europea delle frontiere esterne è ancora giovane e fragile. Strattonate tra uno spazio comune di libera circolazione e la gestione nazionale delle frontiere, delle nuove forze di intervento vengono inviate da Bruxelles per rafforzare le coste meridionali. I loro obiettivi e i mezzi d'azione restano da definire. Nella confusione, tutti gli eccessi sono permessi...

I recenti rivolgimenti nell'area del Maghreb, facendo da propellente a una nuova robusta ondata migratoria verso le coste meridionali dell'UE, hanno riacceso i riflettori sul ruolo di Frontex, l'Agenzia Europea per il controllo dei confini comunitari. Che infatti, su richiesta delle autorità italiane, lo scorso 20 febbraio ha lanciato la missione Hermes 2011, schierando decine di esperti e ufficiali doganali con l'incarico di dare manforte nel pattugliamento delle acque a largo di Lampedusa e Malta. Poca cosa rispetto all'impegno di Frontex sul confine greco-turco, dove è attivo sin dal 2 novembre con il suo braccio operativo, il Rabit, impiegato per la prima volta nella breve biografia dell'agenzia. Dietro domanda del governo ellenico la Commissione europea aveva conferito a questa seconda missione un primo mandato operativo di due mesi, che è stato successivamente rinnovato. Con una novità tutt'altro che trascurabile: gli agenti del Rabit sono stati autorizzati anche all'utilizzo della forza, con il compito di supportare la polizia greca nel controllo di quella che ormai è la via principale per l'accesso degli immigrati irregolari nel Vecchio Continente.

 

Dopo una faticosa gestazione e una lunga fase di transizione, (FRONTEX) sembra dunque destinata a funzionare autonomamente. Lo scorso 28 settembre, per la prima volta dalla sua creazione, ha finanche organizzato un rimpatrio di immigrati. Un altro precedente assoluto, destinato a ripetersi nei prossimi mesi.

Schengen di guardia

 

Certo è che questa evoluzione non può essere compresa in tutta la sua portata senza fare un passo indietro. Era il 14 giugno 1985 quando a Schengen, cittadina del Lussemburgo, 5 stati membri dell'allora CEE (Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi), siglavano il primo accordo sulla libera circolazione delle persone. Che nel corso degli anni Novanta è stato esteso ad altri paesi, fino agli attuali 25. Nasceva così una vera e propria frontiera sovranazionale. Peccato, però, che, mentre si allargava la zona di libera circolazione e venivano aboliti i controlli ai confini interni, nel frattempo venisse conferita ben poca attenzione al problema gemello: la necessità di istituire meccanismi di controllo centralizzati delle frontiere esterne. In altri termini, per molti anni l'UE ha avuto la pretesa di creare ed allargare i proprio confini, relegando, però, ai singoli stati l'onere di sorvegliare ed eventualmente rimpatriare i clandestini provenienti da paesi terzi.

 

Una contraddizione che ha nondimeno una sua giustificazione: non tutti i paesi membri, per ragioni meramente geografiche, erano interessati alla creazione, e soprattutto al finanziamento, di un'autorità di controllo sovranazionale per la difesa delle frontiere. In breve, l'onere del controllo riguardava principalmente i paesi dell'Europa del Sud, Spagna e Italia in testa. I quali, non possiedono l'esperienza, né i mezzi per fronteggiare un fenomeno di per sé complesso e con cui hanno dovuto fare i conti solo a partire dagli anni 80. Uno scenario ulteriormente complicato dal lungo silenzio di Bruxelles, che per troppo tempo sul tema ha deciso di non decidere. Tant'è che soltanto nel 2005, su iniziativa della Commissione Europea, è stata creata l'Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (FRONTEX). Con quali finalità e disponibilità economiche? E, soprattutto, perché son passati più di 5 anni prima che l'Agenzia avesse il mandato per realizzare rimpatri collettivi e/o interventi del suo braccio operativo?

Precipitazioni atmosferiche

La verità è che, oltre all'evidente disinteresse di buona parte delle nazioni dell'Europa centro-settentrionale, gli stati membri hanno sempre considerato e continuano a considerare l'immigrazione una materia di esclusiva prerogativa nazionale. Una lettura che aiuta a comprendere perché Frontex è rimasto a lungo dietro le quinte nei primi cinque anni di vita, con un quartier generale lontano dalle rotte “calde” dell'immigrazione, un organico ancora lillipuziano e una dotazione di bilancio più risicata di un piccolo comune italiano.

 

Non per niente fino a poco tempo fa il ruolo dell'Agenzia, per via di stringenti caveat statutari, è stato più che altro confinato a mansioni di intelligence: in particolare l'elaborazione di informazioni condivise sui flussi migratori e la formazione di ufficiali doganali. Certo, parallelamente, Frontex ha anche cominciato a coordinare missioni transnazionali di pattugliamento delle frontiere comunitarie, finanche con l'ausilio di stati terzi, la guida delle quali tuttavia è stata sempre affidata in via esclusiva alle autorità della nazione ospitante. Ma il cambio di marcia, segnato dall'organizzazione indipendente del primo rimpatrio ufficiale, e ancor di più dal dispiegamento in Grecia delle forze di intervento rapido, se non innescato, è stato quindi accelerato da circostanze esterne. Da un lato addossare su Frontex l'onere dei rimpatri, porterebbe gli stati gradualmente, e sia pur in maniera parziale, a liberarsi di una pratica controversa e bersagliata di critiche, specialmente in tempi di roventi polemiche sui respingimenti.

 

Articolo in collaborazione con il

Giuseppe Terranova, Rome Italie ;  Francesco Molica, Brussels Belgique

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Giuseppe Terranova
Rome, Italie

Francesco Molica
Brussels, Belgique

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